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Nomi, spiriti e, rumori.

Ha sette anni, l’età in cui le sue coetanee vanno in seconda elementare. A Paola piacciono gli Earth, Wind and Fire. Per questa ragione, nel luogo che ora condivido con lei, non posso non farne a meno. Io avrei potuto propendere per Chopin, Paul Simon e Arthur Garfunkel,  Verdi e, in questo particolare periodo, visto [...]

Luce

Rifletto sul riflesso. Singolare questione quella della luce, quella riflessa intendo. Avviene che arrivi l’istante in cui ti pare come la tua propria si possa per così dire, appannare. Magari solo perchè te lo hanno fatto capire, oppure perchè te lo hanno detto. E’ naturale quindi che si riguardi a quella riflessa. E cerchi uno [...]

L’odore della fuga nell’aria.

Mi è venuta voglia di sole. Ieri ero sui monti di Trento, verrebbe da dire per parafrasare una canzone. Incontro istituzionale praticamente imprevisto. Un contatto mi avverte che potrebbe essere utile che io presenzi ad una cerimonia. C’ una persona importante per la mia attività di comunicatore che potrei conoscere. L’incontro è proprio dell’ultimo giorno. [...]

Scendo a prendere le sigarette

Mi fermo. Ho giusto una voglia di gustarmi un sigaro al Rum. Lo accendo e seguo il lento volatile insinuarsi del volteggio azzurrognolo. Si libra nell’aria fresca di pioggia che ha bagnato il porfido e mentre mi lascio cullare dentro questa astratta parentesi improvvisamente mi ricordo di un debito! Devo correre in libreria! Non un [...]

Nomi, spiriti e, rumori.

Ha sette anni, l’età in cui le sue coetanee vanno in seconda elementare. A Paola piacciono gli Earth, Wind and Fire. Per questa ragione, nel luogo che ora condivido con lei, non posso non farne a meno. Io avrei potuto propendere per Chopin, Paul Simon e Arthur Garfunkel,  Verdi e, in questo particolare periodo, visto il progetto in corso, Vivaldi. Ma per una specialissima cura che ho verso di lei, ho ceduto ed ho acconsentito nel farle ascoltare i fiati afro degli E, W & F. Pare contribuiscano a renderle i giovani rami, sempre vigorosi e soprattutto ad infonderle un ottimo umore, che grata, condivide con me. Ciò avviene anche se l’acustica dei fiati anni ’80 in cui immergo il personal garden, non è del tutto in simbiotica aderenza all’atmosfera ovattata che si respira nel pomeriggio. Per fortuna almeno il sound è in linea con i jeans scoloriti stretti alle caviglie che fa tanto anni  ’70 che accarezzano tanto febbrilmente i miei polpacci così sempre incommensurabilmente densi.
- A volte proprio non capisco come tu possa comprarti certe cose da vestire. Lo sai che non ti puoi permettere di indossare certi capi? Non si confà alla comunicazione istituzionale, tanto piu’ ora. E poi quel foular di cotone leggero bluette chiaro non ha la consistenza giusta. Te l’ho detto che non sai comunicare. All’utima riunione dell’associazione geografica, quelli che non conoscevano il pregresso che, incautamente ti hanno chiesto di riassumere, non hanno capito nulla di quello che hai spiegato. D’accordo che hai sintetizzato, ma non hai nemmeno individuato il core business.
- Me la cavo meglio coi gesti. Muovo molto bene le dita, molto meglio le labbra, inoltre uso perfettamente i suoni. Ma ciò in cui mi sento di eccellere è soprattutto lo sguardo. Semplicemente.
- Mhhh interessante, si nota una vigorosa cascata di adopamina che sfrenatamente si riversa su tutto ciò che tocchi, vero? E’ stato studiato che chi ama sè stesso a tal punto  da parlare sempre di sè, produce nel proprio cervello e in abbondanza, adopamina.
- La stessa sostanza che rende euforici. Quella che si relaziona col sesso, il cibo, Si!
- E poi tutti questi colori alle pareti! I passpartout, i vasi dei fiori. Guarda che così il tuo modo di comunicare e scrivere è talmente criptico che non capiscono nemmeno i pori della tua pelle che convivono con te. Dipende tutto da ques’ordine che è irrazionale per me. Un’ordine delle cose e degli spazi che è inusitato e che orami mi segue da mesi. Tutta colpa del pinguino imperatore che ora voglio proprio vedere come fa nei mari caldi in cui l’hanno spedito con tutti quegli squali che lo circondanno. Il problema è che mi ha lasciato in eredità una dote che non è una dote. Io che ero così affezionato al mio disordine!
Sorrido mente la svagata aria del pomeriggio si immerge degli effluvi rilasciati da Beniamino. Pure lui svetta euforico e, come il suo coinquilino, appare incurante delle critiche fossero anche quelle positive. E’ per questo che io e lui andiamo d’accordo. Siamo entrambi consci e muti. L’euforia e la creatività albergano in questo micro-loft. Piccola appendice lasciata vagare al di fuori del palazzo. A pensarci bene non è proprio un fuori del palazzo. E’ quasi un frattale, un mandelbrot di cartongesso che si inerpica e si attorciglia quasi come sa fare Corinzia sulla colonna di spatolato. Corinzia si abbraccia da qualche tempo alla colonna. Botanica di grande impatto scenico che infonde un giusto microclima all’angolo ovest del micro-loft e il cui sussurro gocciolante emana aria allegra tra le foglie-labbra carnose che io spruzzo di rugiada ogni mattina. Tutto questo spazio è fisicamente abilitato ad accogliermi. E’ immaginifico, visionario con i libri di architettura e, quello meraviglioso e prezioso sulle Ville venete. Tutto in perfetto simbiotico accordo con l’aurea verde che si respira. E’ un antro che l’architettura del luogo si era senza dubbio dimenticata. L’ideatore del luogo ha senz’altro deciso a metà dell’opera di prendersi una pausa. Me l’immagino lasciare il suo posto di lavoro e furmarsi una sigaretta, poi sorseggiare con un animo molto slow un caffè. Sicuramente prima di riprendere il progetto ha fatto un paio di telefonate e dentro di se pensava che dopo sarebbe andato in piscina e si sarebbe immerso il viso di dopobarba. Tutta questa svagatezza ha fatto sì che quell’antro fosse lasciato lì. E lì è rimasto. Annuso la perdurante vaghezza del luogo e del viaggio che ha intaccato ineluttabilmente il micro-loft. Dapprima mica me ne ero accorto! Eppure io me ne intendo di luoghi! Viaggiando ho percepito miliardi di atmosfere, soffuse, aspre, ovattate, ricolme di spiriti del passato, vivaci, furbe, cattive. Ma quando ho preso in affitto questo spazio, non avevo intuito subito che tutto aveva preso origine dalla vaghezza con cui era stato concepita l’idea. Sono assorto e nel quasi silenzio penso ai nomi che potrebbe prendere la Mostra. Schiaccio ai bassi ed i fiati si lanciano in acuti e percepisco la cretività lasciata spruzzare come zucchero a velo sui nomi e le scenografie. Immagino clip e video per la propaganda e, lo spirito con i suoi suoni e colori che potrebbero evolvere per questa cosa a cui ormai finalmente lavoro. E mentre penso a quale foglia posso privare Paola “Boogie wonderland” sfuma. Corinzia mi osserva da dietro e pare sorrida per le idee schizzate sull’iPad. Ho degli angeli custodi che osservano il mio creare. Persino il kit di ping pong per il torneo da fare durante la pausa pranzo, mi osserva ridente. Ad un tratto percepisco che persino le palline arancioni vorrebbeo ballonzolare con allo stesso ritmo di di “Fantasy” degli E, W & F. Improvvisamente sento il desiderio di Mi mancherebbe per completare il quadro solo un pupazzo rosa a forma di maiale così divertente che grugnisce basta che lo si preme un po’. Mi rituffo a scrivere sulle slides e la creatività prende il volo. Tutto appare svagato e forse per questo che durante questo sfumato preludio della giovane sera, si lasciano ascoltare lungo il corridoio, gli anonimi echi. E’ scalpiccìo di cuoi lasciati andare mentre l’aria e colori che si fondono, mi accorgo che mi mancano le caramelle colorate sul davanzale. Le Rossana me le hanno fatte fuori tutti quelli che venivano in pellegrinaggio. Piccoli passi dentro al loft, piccoli movimenti dentro all’ordine delle cose, spostamenti di fogli e foglie, odori di gelsomino che entrano dentro e con quell’ingresso entrano assieme le buone idee. Cavolo ‘sti pantaloni sono proprio stretti ai polpacci!

Luce

Rifletto sul riflesso. Singolare questione quella della luce, quella riflessa intendo. Avviene che arrivi l’istante in cui ti pare come la tua propria si possa per così dire, appannare. Magari solo perchè te lo hanno fatto capire, oppure perchè te lo hanno detto. E’ naturale quindi che si riguardi a quella riflessa. E cerchi uno specchio, ma basterebbe anche una vetrina. Cavolo da quando ti si è staccata la pellicola mirror dell’iPhone che tanto ti piaceva e con la quale potevi persino raderti, visto che non ti puoi piu’ pettinare, non sei piu’ buon a star fermo. Già ma come la mettiamo con questa storia? Di solito mi viene fame. Eppure ora non ho languori. Strano. Per uno come me, è praticamente impossibile che accada. Io ho sempre languore di qualcosa. Sarà che domani devo presenziare ad un convegno e questo ha influenzato tutti i miei appetiti? Mh non credo, del resto ho avvisato la sirena che ha confezionato l’invito che non avrei potuto salire sul palco. Che singolare situazione per uno come me. Ti dicono che sono onorati che tu possa prendere la parola sul palco e ti tocca declinare. Esserci sempre senza apparire. Mi sa che hanno sbagliato a selezionarmi perchè di solito appaio anche quando non sono presente. E questo accade anche a distanza di tempo, anche di molto tempo. Ma stavolta mi attengo però. Ma non è per questo che non ho fame, no. Intanto per cominciare ho desiderio irriverente di un po’ di fiati in cuffia. Giusto! E lancio September degli Earth, Wind and Fire e riprendo con la mente lo splendido spezzone del film “Quasi amici” dove Driss ed il suo quasi amico Philippe corrono gioiosi sopra la Maserati. Si, questo è un pezzo giusto. L’idea stessa di lanciarlo in accellerazione a tromba aperta fa ridere la bocca dello stomaco che per colpa dell’assenza di luce, quella propria, si è chiusa. Dopodichè non contento, ripasso in sequenza il miglior Barry White che con la sua timbrica calda e profonda mi tonifica la mente. Ahh ecco, così va meglio. E’ come se si sentissero i suoni dell’acqua ed il tintinnare dei cubetti di ghiaccio dentro ai cristalli del gin della festa. Fai partire anche le ovattate voci del party che rilasciano tutt’attorno una luce speciale fatta di luna che filtra da lì fuori. E tutto sembra una colata di nutella e burro spalmata sopra ad una brioche calda. Sto facendo un lungo bagno. E’ uno di quei bagni con idromassaggio lunghissimo e solitario. Non c’è nessuno qua e di tanto in tanto posso idealmente anche aspirare un gustoso sigaro domenicano al rum. Solo i sali che corroborano le bolle e, con essere anche la mia epidermide. Le note si confondono con le sfere fluide che ammorbidoscono i pensieri. La scrittura, come la lettura e l’ascolto acustico è una forma di immersione. Tutto si fa ovattato e ad un tratto ogni asperità si leviga, o almeno questa è l’illusione. Man mano che passano le dozzine di minuti, il calore appanna lo sguardo, al pari di quella luce propria. Ci vuole una panchina. A pensarci bene, ho una panchina. Una di quelle che si può pensare si sieda la gente a mirar l’oceano per sentire la saudade. Questa è una di quelle panchine di legno sopra alle quasi ci si può sedere calmi a pensare e fumare lentamente. La si può disegnare con la mente come gemella di quella che c’è sopra al molo lacustre di un piccolo borgo della sponda est. Paese nascosto, luogo creato apposta per i poeti, mi dissero una volta. Mi siedo e penso. E’ come se mi immergessi dentro ad un brodo primordiale che allaga ed allarga la mente. Già, ma dopo che si è allargata, che succede? Come che succede. Entrano le cose e la luce, quella propria e quella riflessa di ciò che ti circonda.

L’odore della fuga nell’aria.

Mi è venuta voglia di sole. Ieri ero sui monti di Trento, verrebbe da dire per parafrasare una canzone. Incontro istituzionale praticamente imprevisto. Un contatto mi avverte che potrebbe essere utile che io presenzi ad una cerimonia. C’ una persona importante per la mia attività di comunicatore che potrei conoscere. L’incontro è proprio dell’ultimo giorno. Non andrò all’innaugurazione di una mostra fotografica per tale ragione. Un po’ me ne dispiace, però il lavoro viene prima. Certo che è uno strano lavoro questo qua. Ancora non mi pare di avere fatto il callo. A pensarci bene sono molte le cose che ho da imparare e non solo su questo versante. La giornata si prennuncia piovosa e ventosa, il luogo è lungo la Valsugana ed io il giorno prima chiedo al mio Mentore se vuole venire con me. Perchè potremo fare degli scatti senza dubbio interessanti. Il bradipo che vive in lui risponde che certamente accadranno bufere di neve da quelle parti. Inutile dire che è come per le Marmotte del Novegno. A pancia in giu’ per ora senza l’ombra di una Marmotta. Tanto è vero che sto pensando di usare un Drone per spiarle vicino alla tana. Inutile dire che è come quando in due sul canotto da pesca sul lago con un mezzo marinaio. Inultie ripetere come per vogare in pace ho subito le continue lamentele del bradipo. Il timore era che la sua D200 si potesse bagnare perchè il canotto da pesca ha un microforo. Peraltro a me sconosciuto. Il fatto buffo è che questo nanoforo fa lievissimamente sgonfiare i salsicciotti. E non solo quelli, devo aggiungere. Morale della favola? Parto di buon mattino da solo. Mi sorbisco la conferenza per alcuni versi pure interessante. E sfilo di traverso, in una efficace fuga in avanti, attraverso sguardi taglienti di condor che volteggiano su di me. Nel break e successivamente all’apertura della mostra dedicata al contesto dell’evento raggiungo rapidamente lo scopo. Regole note di ingaggio, interazione senza timore. Chiusa efficace e prosecuzione stabilita per la prossima settimana. A questo punto me ne vado. Il viaggio è calmo. La Jeep va da sola. Fludifica il viaggio tra le curve dolci del brenta che scende a valle. Il tempo è diverso da quello che il Mentore aveva presagito. Il cielo è molto meglio di quello che si era temuto. La luce è giusta. Mi fermo. Scatto. Respiro come mi hanno insegnato al corso di Public Speaking. Mi verrebbe persino voglia di gorgeggiare come mi hanno spiegato, ma ritengo che possa bastare ricordarmi dell’insegnante. Rido a pensare anche a come è piccolo il mondo! Rido a pensare a come sia possibile reincontrare una persona in un autogrill. Poi penso al fatto che viaggiare concausa questi fatti. Muoversi di città, regione e nazione, è motivo di incontri e conoscenze. Questo continuo giro provoca anche il ritrovarsi casuale e fortuito. E tanto maggiore è la distanza e tanto piu’ lo è lo stupore. E’ come se ci fosse un grande arcipelago costituito di tante isolette ognuna con un proprio microclima e tutte abbastanza vicine tra loro. Idealmente è cose se fosse possibile attraccare, cibarsi dei frutti, dormire e rinfrancati dalla fatica del viaggio essere pronti ad esplorare un’altra isola. Può essere che altri viaggiatori facciano lo stesso. Mentre in rapida sequenza di pochissimi fotogrammi questo film scarrellava dentro la mia mente, inizia a piovere. Questo è il mio mentore, lo so. E’ lui che mi pensa racchiuso dentro al proprio letargico marsupio dotato di un naturale tepore placentare. Si. Lo so. La pioggia si fa da sottile che sembra il frutto della filatura di angelo, a quella fine fine che ti punzecchia la pelle. In pochissimo tempo poi passa in un raveliano crescendo a dei goccioloni grossi grossi che si divertono ad allagarmi la fronte ed il viso. Ho voglia di sole. Sogno sole e salsedine. Infreddolito mi scaravento dentro la Jeep e mi costruisco dentro, una condizione di mistica evasione.C’è odore di fuga nell’aria.

Scendo a prendere le sigarette

Mi fermo. Ho giusto una voglia di gustarmi un sigaro al Rum. Lo accendo e seguo il lento volatile insinuarsi del volteggio azzurrognolo. Si libra nell’aria fresca di pioggia che ha bagnato il porfido e mentre mi lascio cullare dentro questa astratta parentesi improvvisamente mi ricordo di un debito! Devo correre in libreria! Non un debito grande, anzi. Piccola somma di pochi denari, ma è pur sempre un qualcosa che va saldato. Si sa, i debiti vanno sempre saldati. Il tempo atmoseferico è piovoso ed ho il tempo dell’orologio per dare un’occhiata. Ho l’animo e l’umore per rirovagare e questo verbo che mi risuona in testa. Ed una singolare voglio di moto mi si infonde dentro, quasi un languore, una voglia di andare. Mi casca l’occhio su di una copertina. “Lo Zen e l’arte di non sapere cosa dire”. Mi folgora. Lo faccio mio. Ma aspetta un attimo…fa per me? Mi piace perchè “lo Zen…” e tutti i  libri a cominciare da quello di Fo, mi hanno sempre soddisfatto pienamente. Lo apro e ne annuso le pagine. Osservo il colore della carta. Di nuovo tuffo il naso in mezzo. Socchiudo gli occhi e aspiro l’odore. Si ci piacciamo. Si sa, è sempre una questione di odori. Ma per lo scritto…si per lo scritto…Fa per me questo testo? So davvero di essere in quello stato? Non so cosa dire? Ed inoltre ho il possesso della sublime arte del non sapere cosa dire? Devo approfondire. Lo compro. Ma diciamo che pochi giorni fa, il mio Mentore fotografico, mi ha detto, offrendomi orgogliosamente a degli osservatori sconosciuti, che io so sempre cosa dire. Ma lui, si sa o, almeno io lo so, ha lo sguardo soggiogato dall’intimo rispetto. La sua è quasi una forma di stima confusa con l’assuefatta convinzione che l’emulazione di cuò che seleziono accuratamente per gli astanti sia in fondo ciò che esprimo nell’offerta di me. Non sa, per le verità che è solo attraverso quel filtro costante con cui si conduce questa selezione, si fa osservare. Al di fuori di ciò, ho riso dentro, perchè non è vero. Non sapere cosa dire non è un’arte ma una condizione. Già, ma quando non si sa cosa dire che cosa succede? Si sta zitti, verrebbe da rispondere. Si va via, potrebbe essere un’altra risposta. Eppure se lo si fa, potrebbe essere interpretabile come una conclusione. Un rifiuto. Un qualcosa che magari non è oppure non è mai stato. Può essere come l’assenza sia presenza. Di qualcosa. Di un modo di pensare che è solo atratto per chi ci si sta davanti. Nella realtà il pensiero, il sapre cosa dire, la comunicazione esiste. Anche quando è silente. Per una questione di mia recentissima formazione professionale, ho forse imparato come l’interazione prosegua sempre con canali e media differenti. Anche quando il verbo, quello che siamo abituati ad immaginare come naturale appare muto. Non c’è imbarazzo. L’imbarazzo intesa come quella tipica espressione interiore che si prova quando si è in ascensore, in un viaggio adeguatamente lungo con persone sconosciute, ma talmente corto da evitare di poter avere un colloquio, si intente. Eppure nemmeno quando si è in automobile, con una persona di cui si sa tutto, e di cui lei sa tutto di te, in una fase dell’esistenza in cui c’è contrasto, oppure persino guerra, il silenzio regna sovrano nell’abitacolo. Non c’è mai bisogno di accendere la radio. Non si deve mai occupare con un rumore il silenzio. Il silenzio può essere piacevole o meno, ma ha un suo fascino. Il rumore derivante da un vano tentativo di surroga, non ne ha mai. Il silenzio può essere molto comunicativo. Già, ma in quel caso, il non dire, il non saper dire, il non voler dire, provoca imbarazzo? No, si vive semplicemente. Per quanto possa sembrare singolare, persino in quei momenti che possono apparire cupi o grondanti di contrasto, l’animo si fa lieve, nel silenzio. Già, ma questo significa che pur non dicendo, oppure non sapendo cosa dire, il silenzio è la risposta che non deve essere condizione vissuta o vita come avversione, occlusione. – Esattamente. Proprio così. – Mhh, non ci avevo mai pensato a fondo. – Ma guarda che è proprio quando non si sa cosa dire che si possono cogliere le occasioni! – In che senso, scusa? – Nel senso che non sapendo cosa dire, o meglio trovandosi in quello stato di vaghezza, si può trovare il giusto incipit! – Continua – Intendo dire che l’occasione di trovarsi nello stadio del silenzio, del dubbio, dell’afonia, non va vissuto per forza con l’animo di chi si trova in assenza di , ma della presenza di un’opportuntà. Bene.
Tutto rapidissimo, questo concetto mi viene scorso mentre in pochissimi momenti leggo dentro un pezzo del libro. Un dialogo rapidissimo interiore scorre alla stessa velocità dei titoli di coda di un film. Un dolly che scarrella e un montaggio frenetico si combina per offrirmi la visione in privatissima anteprima della pellicola di cui ho solo sbocconcellato ai 25, un sipario da terza pagina del quotidiano della domenica. Un esterreffatto lettore può domandarsi ora…si, ma adesso che non ho capito nulla di quello che hai detto e che non so cosa dire, cosa devo fare? Fai come me, segui il segnale del titolo che è un pezzo di vita ed un capitolo del libro. Esci e, scendi a prendere le sigarette.

Shadow walking

Idee in chiaro scuro che passano attraverso il filtro. Quando il contrasto di chiaro e di scuro si fa intenso è opportuno rimanere un po’ indietro per poter meglio comprendere le forme. Saper rimanere immobili è ciò che ci da modo di apprezzare il rigoroso taglio delle cose. Anche quelle che nel bagliore ci appaiono subito sfumate. Per farlo si deve avere il polso fermo. Si deve saper osservare. Si deve avere anche la pazienza di attendere. Inoltre si può anche provare a meritarsi un momento magico, uno di quelli che si può pensare che ti accadano. Passi sul selciato, ombre che camminano, uno scenario colorato che ti si prospetta di fronte. Luci e rumori che ti appassionano lo sguardo, appena di là del filtro. C’è pure il desiderio di infusione cromatica ed acustica. Il tuo sguardo si fa garzone di bottega di pittore, improvvisamente. E di fronte al frastuono di colori che si staglia, oltre il rigore di queste ombre e luci, c’è il colore della strada, pronto a stupirci.

 

Viaggio

Giornate passate in mezzo alle fotografie come non capitava da tempo. Molto tempo. Avere tempo ti da modo di fare cose che prima non avevi potuto curare. Prima di tutto fare foto, pulirle, archiviarle.Tutte cose che necessitano tempo. Ho persino voglia di risistemare anche il sito di Natural Photografc che “langue” come ha detto Vittorio, mio mentore fotografico. Forse per il fatto che ho ripreso seriamente in mano la mia CANON il cavalletto e tutto il mio bagaglio fotografico e fotonaturalistico, ma piu’ scatto e maggiore è il desiderio di farlo. Immergermi dentro alla natura, ai paesaggi selvaggi che incontro, ai palazzi patrizi che scopro. Magari salendo le scale per il piano nobile. Salire ed assurgere ad un punto di vista inconsueto. Magari facendo le scale che si sono consunte bei secoli. Magari sentendo un lievissimo affanno per quel velluto carminio che ti accarezza, felpandotelo, il passo. Tutto questo produce un effetto per certi versi gratificante. Selezionare scatti, organizzare un nuovo workshop è nei miei pensieri ora. Sintonia del mio pensiero con piccole cose che ho comprato ed altre che mi arriveranno. Una nuova scheda per la reflex, molto capiente, poi un accessorio per iPad che mi consentirà di scaricare le foto direttamente. Sono in procinto di partire. Per il momento solo con il pensiero. Ma si sa prima di tutto si viaggia in quel modo. Però è un vero e proprio viaggio quello a cui sto pensando. Pensare ad un viaggio è sempre qualcosa che lascia il gusto sul palato, dentro alla gola, sotto la lingua. Immaginare di prendere e partire. Quasi senza bagagli. E prima di tutto portare con me solo l’essenziale. Un libro, spazzolino, dentifricio. Il rasio con la schiuma non mi servirà. Per il tempo che serve, sarò con la braba incolta. Una forma di privilegio è quello di non farla. Fare a meno è l’essenza di questo speciale viaggio. Decrescita. E’ un termine interessante che sto studiando ed ha ache vedere con l’economia in tempo di crisi. Ma in questo senso ha una cura particolare nell’essere abbinato a cose di cui non si ha veramente bisogno. Tutto questo è in preparazione per il viaggio. Un bel po’ di tempo fa ho conosciuto un grande viaggiatore. E’ un geodeta. Vive in Alto Adige, fa il topografo per mangiare, ma per vivere fa il viaggiatore. Si prepara puntigliosamente il viaggio, rigorosamente in solitaria, per un anno almeno. Un curatore dei dettagli che però non rinuncia al candore di cambiare anche il tragitto. Ho viaggiato anche con altre persone molto differenti. Uno di questi un mio amico che vive in Svizzera con il quale ho condiviso un viaggio avventuroso per l’italia con gli zaini in spalla e la tenda fatto solo di corriere e mezzi di trasporto pubblici, è stato così organizzato che mi ha tolto la voglia di viaggiare con lui. Viaggiare è anche qualcosa che ti deve lasciare lo stupore di rimanere affrancato dall’altra parte della vita che non ami. Viaggiare è anche non sapere dove andare domattina. E tutto quest sta risprizzando rigogliosamente dentro di me perchè sto pensando alla mia avventura. Un viaggio in solitaria, nel senso che avro solo compagni di viaggio sconosciuti. Se tutto va come deve e come voglio, mi preparo per un’isola. Deserta. Questo sì che è davvero salire al piano di sopra. Senza però che alcun velluto ti possa felpare il passo stavolta.

ventosa et fera

Windy and wild mi fa venire in mente questo panorama grezzo che ho osservato da vicino e da sopra. Sopra alla montagna, dentro ad un vento gelido che spazzava, ma solo per pochi attimi, le nuvole bruno scuro. Ma solo per pochissimo tempo perchè subito dopo c’erano altre compagne turbolente, pronte a prenderne il posto. Altro che trentarighe calme, altro che fotonaturalismo quieto. Questi giorni di fotografia intimissima e intimista sono stati spazzati dal vento. Ma se fosse stato solo del vento ululante non sarebbe stato un problema. Sarebbe stato divertente e basta. Invece è stato un vento scorbutico. Un vento Invaso da onde straniere al mio orecchio di fotografo. Per nulla gradevoli perchè provenienti da sprazzi di comunicazione con il mondo civile. C’è stato in me un ondivago moto. Lascio perdere tutto e do ascolto alle telefonate che mi ragiungevano pure dentro a questo b d c d m? Per chi dei 25 lettori non sapesse cosa intendo con l’acronimo, suggerisco di leggersi Sven Hassel ed in particolare la citazione colorita di “Porta”. Ad ogni modo il soldato tedesco dei romanzi di Sven Hassel, esprime in modo straordinariamente colorito cosa si puo’ intendere come luogo isolato da tutti e da tutto. Evidentemente nel posto dove scatto il segnale telefonico che arrivava solo ed esclusivamente se veniva supportato da una squadra agguerrita di portentosi medium. Scopro che questi evidentemente avevano smesso la lunghissima pausa pranzo. Morale della favola? Disturbatissime giornate. Un contegno scorbutico di chi ha provato per mesi e mesi a creare un’alone di interesse e credibilità in ambito comunicativo con i media. Riuscendoci, ho compreso che è come inserire la spina senza mai poterla staccare, perchè la corrente ti giunge anche dove non arriva di solito. Avrei potuto spegnermi. Ma non ho ancora imparato abbastanza. Ergo, ci ritornerò. E’ successo gia una volta. Ma imparo. Ora che ho ripreso alla grande a fotografare, ho deciso. Altro workshop ai confini con l’Austria, la Solvenia e l’Italia. Nel giro di un’ora voglio mettere piede in tre paesi e scattare raffiche di fotografie. Immergermi dentro ad un graziosissimo borgo pieno di orologi ad acqua per ascoltare il lento moto delle ore con l’orecchio incollato al gorgoglìo del tempo. E poi di nuovo dentro a quell’area del Delta che così tanto amo. E di nuovo ancora, magari dentro ad un capanno mimetico a fotografare con un nuovo tele che sto corteggiando da una settimana. Cos’è tutto questo? Ma un contrappasso! Semplicemente l’occasione di andare in controtendenza con il fato avverso. Ti succede l’inciampo? E tu cosa fai? Semplice. Salti.

Alcion

Quando tutto va storto, non ti pubblicano gli articoli basket che avevi curato con attenzione, ti verrebbe voglia di dare un morso a qualcosa. Sei pure…diventato sintetico! 30 righe! Per quella categoria ne basteranno 20. Lo spazio va conquistato. Meno se ne occupa più e’ facile che ti pubblichino. Piu’ si e’ bravi nel raccontare una storia in poco, più si e’ vicini al successo. Ok. Siamo a quota lontana da una meta. Ok. Non importa. 20 righe? Ok, lo hai fatto con 30, e ti pareva impossibile. Invece ce l’hai fatta. Che regole! D’ora in poi 20 per il basket! E poi pensi che ti fa male il ginocchio destro. Gli scalini li scendi bene, ma li sali male. Colpa di una botta forte durante quel trasloco. Le piante hanno sofferto. L’unica che sta bene e’ la pianta grassa. E’ sempre li’. Avevi pure provato a farla morire di sete, ma senza successo. Ad ogni modo, ora hai anche il ginocchi destro che non ti da retta. Non capisci. Non sai perché. eppure sei forte. Forte e incazzato. Quel quanto che basta per finire nel buco del culo del mondo (Sven Hassel) per ripararti dalla pioggia e finire lo stesso in cattivita’. Poi pensi che secondo te, c’è, una specie di sortilegio. e’ certamente l’opera di una strega. penso ai ferri da calza, alle code di drago. Poi penso che se ora sto scrivendo sopra il mio iPad in questo posto che sta proprio sopra a quel punto che tanto bene Sven ha descritto, in fondo il sortilegio non deve avere fatto del tutto effetto. Sono con …il mondo che mi cerca ed io che invece mi imbarco per il Sudamerica ma non riesco a staccare la spina per colpa di millecondizioni. colpa di strega. resta da vedere quale. Quante ce ne sono? Quante ne ho incontrate? Quante ne ho conosciute? Quante hanno avuto parte della mia esperienza di vita? Quante inoltre sono in grado di produrre tutto questo? Quante sono inoltre nelle condizioni di essere così attive e interessate da condizionare il presente mio e anche il futuro? Rido, perché da persona razionale non credo ai draghi? Ma alle streghe, si. Ci credo. Penso. Le immagino che mi possono anche seguire a distanza. Quasi come il drone che mi voglio costruire. Persino se stacco. Persino se mi trovo un’isola. Spengo il telefono, chiudo le connessioni, anche quelle come questa che mi accompagna nel b d c d m e dormo. Forse e’ la sola cosa. Ricordo di aver trovato dentro ad una fattoria della Transilvania un posto molto carino. Ci sono capitato per caso. Un luogo che era una fattoria dove ospitavano i viaggiatori. Transilvania profonda, crepuscolo avanzato. Il tipo parlava un misto di rumeno arcaico misto a inglese. Mi dice che ha un posto per dormire, se voglio. Non si contratta. Va bene. Dove se no? Mi porta dentro ad una casupola…ed io osservo un mazzo di aglio alle finestre e alla porta. Gli domando cosa serve. Lui risponde sorridendo,” per le streghe”. Ora non mi faccio impressionare. Sono illuminista. Scientemente ritengo di essere aderente alle concrete oggettive Dimostrazioni. Pero’ e’ vero che mi stanno capitando cose singolari. Articoli che non mi pubblicano, giorni che voglio di quiete che invece non ci sono, nonostante sia attento a non aprire la porta agli sconosciuti, ginocchio che i fa male, masserizie che se ne stanno da una parte edall’altra. Colpa di Alcion? Rido. Sono troppo sorridente anche in qomenti momenti, al llargo della vita, per credere che anche solo una delle streghe che ho conosciuto si stia ricordando di me in questo modo. Sono certo che qualsiasi drago, mago, strega e persino babbo natale che io ho conosciuto e incontrato, con me ha potuto solo ridere, prendermi in giro, bere, imparare, sognare, amare, insegnarmi cose. Per cui ora, spengo tutto e dormo. E per favore almeno stanotte, non venite a tirarmi le dita dei piedi. E domani, almeno domani, visto che sono ancora qui, sopra al b d c d m, babbi natale in ascolto,  evitate di farmi cercare dalla solita orda di giornalisti! Ok?

Out

Breve segno di tre parole. Non sono le famose trentarighe di un pezzo, ma molto meno. Sintesi estrema. Asciutta espressione per indicare qualcosa che è oltre. Fuori. Essere in un altro luogo. In un altro momento, da un’altra parte. Non prendere parte, ma cercare quell’isola. Un luogo ideale, come quest’isola dove sono ritornato qualche giorno fa. Un isola delta dove starsene tutto il tempo da soli a fare foto all’avifauna. Potrà essere qualsiasi altro posto isolato. E staserse li per un po’ al largo della vita è tutto quello di cui hai voglia ora. Perdere il conto dei passi sulla terra, ascoltare solo i suoni che possono fare gli animali ed i piedi. Ecco. Tutto questo è quello che voglio. Giorni lontani da tutto, non usare cellulari, tanto non prendono e ne prenderanno. Giorni di quiete e non messaggi, non telefonate, non email. Voglio stare non cablato. Non sento il bisogno di essere cablato. Non voglio esserlo per un po’. Per un bel po’ voglio piu’ che essere connesso, preferisco sconnettermi. Cabro come un pilota piuttosto che essere cablato. Ispirazioni fotonaturalistiche, suoni della natura e assoluto nulla per la mente, dopo molti 30 righe che rincorrono parole, gesti, percussioni e progetti. Ci sarà un momento in cui riprenderanno, ma ora sono. Out.

calceamentum ratio

Esco dal treno. Mattina forsennata questa qui. Come al solito l’andata in treno è fatta di attese, banchine, ed il convoglio è sempre quello delle ferrovie indiane. E’ carico di pendolari e studenti e come al solito è pieno zeppo. E mi ritrovo un’altra volta ancora qui. A camminare dentro ad una mattinata di sole a Venezia. Stavolta è un viaggio frenetico perchè scopro che devo essere in due posti nello stesso momento. Cerco di ritornare il prima possibile. Devo andare in quello dei due piu’ importante in vista della scrittura di un articolo e poi di una specie di festa d’addio. Il nuovo gioco a cui ho deciso di partecipare me lo impone. Non amo quel genere di feste perchè hanno dentro una sorta di agrodolce che di solito attira il mio contenuto disprezzo. All’agrodolce preferisco l’aspro. Agrodolce, così e così, più o meno, quasi quasi, forse si forse no, dipende. Tutte considerazioni che non gradisco e che ora allontano. E’ interessante come in questi momenti il mio IO sia attratto dal nichilismo. Molto cecconagiolieristicamente preferisco un no secco. Adesso rido intimamente, ma non in salsa agrodolce, perchè la mia ilare smorfia intinta nel fiele, mi fa ricordare come lezione di vita, di non dare mai per scontato nulla. Nulla è fermo, tutto cambia. Tutto può accadere e la vita è come quei passi pensanti ed anonimi che popolano una stazione. Gente che va via, altra che arriva, alcuni piedi hanno fretta altri si godono i passi che cercano il nulla. Le sinapsiche interruzioni mi lasciano libero il flashback che ho rimandato di corsa nella cantina della mia memoria e, però è rimasto al presente ancora l’evocazione della presunzione di rotondità. E’ rimasta vivida solo quella frase trasfigurata. Da negazione a negoziazione. La frase ascoltata in un tempo remotissimo che a proposito del no, aggiungeva l’aggettivo rotondo. Nulla di piu’ beffardamente differente dalla negazione fu. L’esposta rotondità della negazione mi è rimasta impressa, non tanto perchè ne fossi l’autore, o magari l’ascoltarore, ma l’interessato spettatore. E quindi fu che il richiamo alla schiettezza esposta non si rapprese, e divenne interessante per la storia invece l’evoluzione che quella presunta rotondità assunse come forma variegatamente difforme. Ora può succedere come in mezzo ad una folla che stai fotografando, dipingi un’altra storia che dovrai raccogliere e raccontare. Stiracchi il tuo essere, respiri aria salmastra di laguna e ti affacci dal punto piu’ alto da cui osservi il Canal Grande. Un provilegio osservare questo scorcio, ma dura poco. Mentre tutto questo avviene attorno pensi a come cambiano le cose. Tu ora sei qui e pensi al nuovo pezzo che hai quasi finito e che forse potrai anche proporre anche a qualche rivista importante. E anche se sai che ti dovrai preparare per fare cose ancora pi’ difficili, droni che volano sopra di te, in questo preciso istante vuoi stare spento. E’ come nella canzone di Vasco. Stare spento. E sai che sarò senza contatti. Spento il cellulare, spento iPad, spento tutto quello che mi può mettere in contatto col mondo. Sarò così. Spento col mondo per essere accesso solo del desiderio di fare qualcosa. Magari con le mani. Sogno di andare a fare foto. Magari con un amico, ed immergermi solo ed esclusivamente dentro al piacere che per un fotografo, danno gli scatti. Sogno un delta dolce allo sguardo, mentre un amico mi parla ed io nel silenzio dei canneti non ascolto altro che il suono che fa il fluido attorno a me.