Boe e fari

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faroI venticinque lettori, sanno che il faro mi ha sempre affascinato. Come edificio e come metafora. Mi ci ritrovo in praticamente in quasi tutto il proprio ruolo o almeno mi piace credere che sia così. Stabile, insensibile alle mareggiate e senza timori della tenebra, di quello scuro fluttuare d’onda che è il mare d’inverno nel suo pieno notturno agitarsi. Confortante di notte, illuminante di quella sapidità che non è solo salsedine. Penso a questa cosa in cerca di una confortante ispirazione. Mi stiracchio l’animo, facendo sì che accoccoli in una di quelle condizioni placentari in cui lo spirito di artista, annusa il nuovo, nello scorgere il giro di boa e, la prossima luce di un faro che verrà.

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Anniversari

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cropped-IMG_3617.jpgGli uomini, si sa. Non si ricordano mai degli anniversari. Non l’hanno del loro imprinting secondo me. Probabilmente si tratta di genetica, ma forse ancora più è una ragione di papere. Quelle di Konrand Lorenz. Mi sa che senza che nessuno si accorgesse, in sala di ostetricia, al momento del travaglio, al cucciolo di uomo proveniente dall’utero confortante della mamma e dal tepore placentare, si sia diffusa, naturale svagatezza. Senza dubbio ad opera delle braccia forti del medico che l’ha aiutato a venire al mondo. Magari anche di quelle inconsapevoli della mascolina ostetrica nata per sbaglio nel genere che Mao definiva l’altra metà del cielo. Da quel momento si rinsalderà il rapporto di imperativo distacco per le date ritenute importanti dal genere, che egli nella sua esistenza, si troverà forse ad amare. Lui ancora però non sa che questa prerogativa non lo salverà. Seppur misticamente attratto, per istinto, da quel genere che non gli sconterà mai alcuna distrazione, si ritroverà spesso immerso nel caldo brodo dell’indistinto. Ma si salverà. Potremo considerarlo l’istinto del pilota da caccia con un nemico in coda che improvvisamente si salva dalla mitraglia, tuffandosi dentro ad un enorme fitto banco di nubi. E d’improvviso appare questa salutare svagatezza maschile. Si cucina lungamente del virile brodo primordiale che avremo modo di sorseggiare, un po’ per ciascuno nella mensa di questo bastimento per soli marinai che sincopato, doppia il Capo Horn dell’esistenza. Già ma perché parlo di questo? Mica sono un maschio che si dimentica delle date, no? – Lo dici tu! – Per un attimo mi mordo le labbra, e pendo dell’occhio fertile di chi ha acceso l’interlocuzione. I venticinque lettori fremono perchè il narratore si sta ficcando da solo all’angolo del ring. Eppure ormai dovrebbe saperlo che in ogni duello c’è un momento in cui è meglio darsela a gambe. La fuga è un’arma che in natura viene usata molto spesso, in particolare da chi sa di non essere nella catena alimentare alla sommità. Ohhh ora ricordo! Ma l’anniversario di cui parliamo non è quello a cui tutte pensano. Mesiversario, Anniversario, Compleanno, Fidanzamento. Macchè! Questo Blog…è stato pensato 10 anni fa. L’anniversario che si presta ad essere dimenticato è appunto il suo. Ora si potrebbe dire che già il fatto di averne parlato prima significa che ce lo siamo ricordati…no? Quindi come appartenenti al genere maschile potremo essere per associazione e honoris causa intravisti e assimilati a quella figura mitologica che appartiene all’immaginario collettivo femminile. Il marito devoto. Esemplare sconfitto dall’estinzione come la letteratura darwiniana recita. Del marito devoto la tradizione orale del filò ne parla. Anche alcune leggende metropolitane ne caratterizzano le doti e spesso qualcuno riesce a scorgere qualche esemplare che forse possiede alcuni cromosomi sparsi nei propri geni, mentre si aggira tra i banconi dei surgelati dell’Ipercoop. Ma ciò che conta è che al di fuori dell’anniversario, il decimo, di questo spazio, non conta il simbolo del raggiungimento di una meta, quanto il trascorso per raggiungerla. L’esperienza del viaggio non il raggiungimento di un luogo.

 

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Il comunicatore

ilcomunicatoreE’ una vita che non scrivo più qui e, come sempre, vi sono le ragioni della mente e del cuore. C’è chi osservò come scrivessi bene, una volta e, chi mi disse come non scrivessi più come una volta. Sorrido beffardo ogni volta che lo riascolto dentro. Sta di fatto che ogni volta l’ho fatto per me stesso. Scrivere qui, ha assunto nel corso della vita un valore diverso con significativi risvolti intimistici e pubblici al tempo stesso. Di volta in volta è stato diario di viaggio, bollettino di guerra, libretto universitario e colloquio con l’intimità universale di tutti quei me stesso che incarnavo mentre vivevo e scrivevo. I venticinque, anche quelli che ne hanno seguito la metamorfosi, i trasferimenti, le aperture e le chiusure, sanno che questo blog ha 10 anni, ormai. E 10 anni sono tanti nella vita di un uomo, figuriamoci in quella di un blog. Ci capita di tutto in 10 anni, no? Si trasloca, si da la tinta, si cambia la macchina, si cambia moto, in una parola, si cambia. In 10 anni nella vita di una persona, può capitare che diventi madre o padre. Può succedere che si fidanzi, che si sposi, che cambi lavoro. Ad una persona avviene in 10 anni, che cambi città, che venga lasciata, che si innamori, che le si capovolga il modo di pensare e di intendere le cose dell’esistenza. Come per le fasi della vita, quindi, in questo blog, le assenza si intervallano alle presenze. Ed ecco, che nonostante io abbia deciso di trascurare questa cucina, ogni tanto, come vedi, mi capita di tornare. Sarà colpa perché a volte il fato ti porta ad osservare l’altrui sguardo pur non avendocelo di fronte. Sguardi che trapassano l’aria e scorrono veloci oltre la distanza ed il tempo. E sì, che hai capito. Ti capita di farlo anche senza che te lo aspetti e d’un tratto il passato si tuffa dentro. Anche se hai impiegato molte risorse a vagheggiare ti succede compiutamente, di mordermi le labbra. Pensaci, è normale che a questo punto, la cucina non profumi di odori di quei soffritti allegri che entusiasmavano il palato, di salami appesi, di olio e miele, di grappe che pungevano di gioia rigagnolante. Da qualche tempo anche il suono di risa si è attenuato. Nonostante ciò i venticinque sono come quegli Ulisse legati per propria sponte al maestro dell’avventuriero legno. Li ringrazio e in loro onore, cucino ora all’ombra del suono dolce di Carly Simon che con cui tento nel dileguare una torrefatta quiete. Calma grezza raccolta alla buona ed in fretta, si capisce da come le gambe elettriche mi lanciano asintotiche sinapsi. Nobody does it better di certo non mi aiuta e per fortuna l’animo highlander assorbe un po’ lo spirito del whisky che esala da sotto. Oggi voglio stare spento. E come un gatto sotto alla sedia, mi lecco con lentezza i graffi. Tutto ciò se ci penso è ironicamente l’ossimoro per il comunicatore. Una contraddizione in termini, per chi è aperto. Un comunicatore lo è per antonomasia ed io lo sono, profondamente e spudoratamente, ma stare spento, stare come un gatto sotto la sedia è da comunicatore. Un comunicatore che non comunica, verrebbe da dire, ma ciò non corrisponderebbe al vero. Si comunica sempre. Ogni azione, anche una non azione è comunicazione. Giornataccia che aiuta a scrivere, questa qua. Bagnato come un coniglio bagnato mi asciugo con il phon dei bei ricordi. Cavolo per fortuna ne ho una preziosa cantina ricolma. Lo faccio mentre succhio avidamente con la cannuccia, un mango. Non smetto sino a quando alla fine non inizia quel tipico suono idraulico che tanto amano i bambini, quando si divertono a giocare con il gorgoglio che fanno i discoli pezzetti di ghiaccio che si rincorrono sul fondo del bicchiere della granita di menta. E siccome sono proprio come uno di quei bambini, ora succhio fino alla fine, senza badare molto a chi mi guarda.

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