Formidabili le giornate canaglia che si agguantano la mia esistenza. Sono come cagne giovani che mordono senza pace le carni. E’ che mi trovo in un posto dell’esistenza dove tutto corre a mille all’ora e non ho nemmo il tempo di sentire come il labbro superiore ora va da solo e le palpebre tremolano. Potrebbe venire fuori anche una imprecazione. Una speciale parola che potrebbe essere messa in bocca che sò.. a Tex Willer, con la sigaretta appoggiata all’angolo delle labbra. Devo dire che pure a Corto Maltese non risulterebbe male. Anche Yanez, oppure che so, Kim. Si, si, proprio quello lì. Ma anche Jack London, Tom Byron pure loro si fanno un paio di bicchieri prima di entrare dentro alla strip bem disgenata che profuma di inchiostro ocra e carta porosa. E giusto per spiegarvi bene l’atmosfera vi basti immaginare uno di quei personaggi che vi confeziona un sardonico sguardo che spazia all’orizzonte mentre si profuma di polvere del deserto la faccia, quasi fosse talco. Il taglio della giacca inglese color cremisi infonde un tono affascinante e misterioso, mentre appare questo tempo, ed il ritmo della musica si fa sincopato. Il gioco dei violini aumenta quando il coro di corvi osserva appoggiato ai fili del telegrafo. Loro sono lì e stanno aspettando. Ed io sono sempre piu’ defilato, ma non per questo meno affilato. Sibili di archetti riprendono un suono tagliente e il film prende ad andare con la stessa velocità che contraddistingue una pellicola di muto degli anni venti. D’improvviso non posso fare ameno di ascoltare con la medesima ironica smorfia che si assume osservando un film di Fellini un movimento timbrico che mi tiranneggia i timpani. Solitudine di suono si amplifica e nonostante il il fratello appaia con la stessa identica grazia di vergine al fiume, io stingo i pensieri. I miei ora sono albatros che vagano di un volo mai intaccato dal battito e per questo veleggio in silenzio. E finalmente entro dentro alla bottega del barbiere. E’ un taglio virtuale questo qui. Anche il negozio è appannato da onirico segno. E’ uno di quei posti dove si stiracchiano i sogni quando si svegliano. Ma io ora ho deciso di riservare loro ancora un’ora per giocare. Per cui accoccolano il viso dentro al cuscino di nuvole. Per accedervi c’è una tenda fatta di una serie sonagliante di fili che si sposta con il naso, Io solitamente mi accorgo che ci finisco anche quando non devo tagliarmi i capelli. Il luogo è un covo di dialetti dell’est e si può percepire il profumo di colonia d’altri tempi che si annusa a Sarajevo. Del resto non mi sono fatto 3000 km nei balcani per nulla. Ed io e le botteghe dei barbieri abbiamo feeling. Una volta in un oscuro pesino del Montenegro sono finito direttamente con la ruota davanti, direttamente dentro ad un negozio di barbiere per domandare la strada che dovevo fare per arrivare in Kossovo. Lui, il barbiere non è una persona è un personaggio. Già, ma ventinque lettori, perchè ora vi parlo di questa cosa? Cosa mi ha convito a portavi fin qui? E sì, perchè dopo una oscura e montuosa salita all’inizio del pezzo, ora avete superato quelle che Eco nella guida alla lettura del Nome della Rosa chiama le prime cento pagine che servono a selezionare il lettore. E si, perchè pure tu, domattina avrai scorso con le pupille queste righe. Sorriderai di una dolcezza complice perchè è come se ti portassi a danzare oppure a camminare. La lettura è calda e magari sfiderai il tempo a morsi per scivolare e capire. La mia dolce vita è fatta di zucchero filato e di fiere corse indiane. Sempre intrisa di desiderio.
La mia dolce vita
A volte si a volte no
Viaggio particolare questo. A volte scrivo bene a volte no. Mi è stato detto nel passato. Peraltro mi è stato detto anche l’esatto contrario. A volte si a volte no. E questo vale naturalmente sia per l’affermazione nella sua essenza reale, che per la negazione che si erge per la sua recondita valenza di intossicata falsità. Scrivo e so anche che ci sono dei momenti della vita nei quali non amo farlo. Non amo parlare. Non amo comunicare. A volte lo faccio a volte sembra che vengo assaltato dalla dimenticanza. E’ un’erba selvatica, la dimenticanza. La puoi masticare anche solo una volta, da bambino e ne rimani stregato per sempre. Ti fa un effetto stabile ed asincrono. Assurgi ad personaggio mitologico, metà dio e metà cartone animato. Il tutto assume a seconda del momento, un’aspetto ferale oppure una posizione fetale. Di volta in volta sei capace di leggere l’intimità dell’animo umano e in grado al tempo stesso di saper sperdere ogni grammo di memoria. Mentre passo da una muta animale all’altra e la pelle si escoria per il continuo moto. Sono immerso dentro ad un viaggio straordinario fatto di emozioni e fatiche come mai prima m’era avvenuto. Posso dire che il viaggio dentro alle storie umane che sto attraversando è grande. Talvolta lento e largo come un fiume denso e torbido alla foce, sovente è freddissimo viaggio d’acqua della sorgente che guizza dalla roccia. Entrambe sono acque di cui non posso dissetarmi.
Del resto lo sai, per me è impossibile dissetarmi.
Sempre riarsa è la mia gola, sempre punte dalla sabbia sono le mie pupille.
E anche quando tira forte il vento e la polvere si insinua sin dentro agli alveoli reconditi del mio dentro, gli occhi stanno sempre aperti. Affamati e rapaci nello scrutare ricolmi di colpevole curiosità.
Quanto impari da questo moto? Quanta fame e sete si scoprono intatte? Quanta svagatezza incomprensibile si sparge? Quante righe scorse vanno risottolineate con grasse matite colorate? E quante orecchie farai nei lembi delle pagine che non sono mai state sgualcite.
Scrivi sempre in modo incomprensibile. A volte si a volte no. Daccordo che il lettore è stato avvertito, possiamo pure capire che in fondo scrivi per te stesso, ma in fondo se lasci visibile, un certo qual diritto lo avranno pure i lettori, no? Diritto di comprensione. Semplice. Si. Come un abbraccio.
Leggersi
Leggersi. Tra le righe, senza apparente impegno. Con la cura di chi può perdere del tempo anche quando l’ha esaurito. Stavolta non mi porto dietro iPad, lettori ebook e altre cose digitali. L’unica cosa digitale a cui farò esclusivo riferimento sarà condizionato da quanto la pelle dei polpastrelli, sensibile e direttamente connessa con la corteccia, riusciarà a darmi e a dare. Alla carta. Come per un raffinato sommelier che con un morbido giro di croupier che carezza la pallina prima di lanciarla in bocca al destino, mi avvicino con le dita e inizio a sfogliare. Carta profumata di inchiostro. Si, perchè tu sai cosa significa infilare il naso. Spazio del tempo giusto destinato ad ascoltare l’effluvio. Spira dolce il sapore delle parole, anche quando si fanno dure. Seppur sibilanti, anche quando provengono da un’aldiquà presentandosi in veste di taglienti rasoiate che fanno sgorgare sanguinaria e vendicativa la propria convinzione. Voglio fare tutto da solo! Aspirando l’allegrezza di procedere al rito profano di minzionare sull’altrui capo. Oh che autore ho trovato! Scrive per i miei occhi e le parole che sputa sono vivide scaglie di salgemma incarnite nel mio spirito. E lo sai che scrivere, leggere, leggerti, leggersi è il tagliente bisogno di gustarsi sempre.
Con quella faccia un po’ così, con quell’espressione un po’ così
Me ne sto un’altra volta con le costole rotte. Stavolta però a differenza delle altre due è sulla parte destra. La prima volta era successo sull’isola di Handa nelle Highlands per colpa del fondo scivoloso del grass spruzzato dal mare del Nord. La seconda volta era successo per colpa di una paperina che mi ha tagliato la strada mentre ero fiero su Pasionaria borbottante. Stavolta ho fatto quasi tutto da solo, anzi no. Sono certo che in questa faccenda c’è senza dubbio lo zampino di qualcuno, ma siccome sono “illuminista” dico che è successo solo per evitare un bilico che stava facendo manovra. Mi sposto leggermente all’indietro. Colpisco dopo due passi la rastrelliera delle bici e faccio una mezza torsione che mi fa cadere proprio con le costole esposte sopra gli elementi sporgenti di acciaio. Risultato. Sono senza fiato ma in compenso rimendio costole rotte e una enorme tumefazione. Nulla che mi possa atterrare, però. Ne nello spirito e nemmeno completamente nel corpo. Non c’è problema. Sono sicuro di quello che mi capita e so che è un segnale del mio corpo. Mi sta avvertendo. Io so che non dargli retta non serve. Però mi prendo lo stesso le mie soddisfazioni. Ecco sì, nonostante il dolore, dico e penso che sono sempre come sono. Fortissimo, bellissimo e bravissimo, verrebbe da dire a chi conosce Chartos. Con quella faccia un po’ così, con quell’espressione un po’ così e con in testa la musica dei numeri che gironzolano irriverenti il profumo maschile del successo. Tutto assume quel tono che viene pescato dal passato che è presente, che mi fa sorridere sempre con il medesimo gusto. Lo faccio mentre passo davanti all’autogrill. Un profumo di piadina della memoria si spezia nelle narici. La penombra agguanta quell’ora della sera in cui il cielo cangia i toni fosforo transumando in cremisi. La radio che ascolto trasmette musica dalla mia mente. L’acustica trasmessa è una selezione molto piu’ allegra di quella che esce dallo stereo della Jeep.
Rido alla faccia di tutti quelli che mi pensano non capace di qualcosa e non sono in grado di vedermi ora così come sono sempre, nonostante tutti e tutto, amabile.
Comunicare è il dilemma