Mi fermo. Ho giusto una voglia di gustarmi un sigaro al Rum. Lo accendo e seguo il lento volatile insinuarsi del volteggio azzurrognolo. Si libra nell’aria fresca di pioggia che ha bagnato il porfido e mentre mi lascio cullare dentro questa astratta parentesi improvvisamente mi ricordo di un debito! Devo correre in libreria! Non un debito grande, anzi. Piccola somma di pochi denari, ma è pur sempre un qualcosa che va saldato. Si sa, i debiti vanno sempre saldati. Il tempo atmoseferico è piovoso ed ho il tempo dell’orologio per dare un’occhiata. Ho l’animo e l’umore per rirovagare e questo verbo che mi risuona in testa. Ed una singolare voglio di moto mi si infonde dentro, quasi un languore, una voglia di andare. Mi casca l’occhio su di una copertina. “Lo Zen e l’arte di non sapere cosa dire”. Mi folgora. Lo faccio mio. Ma aspetta un attimo…fa per me? Mi piace perchè “lo Zen…” e tutti i libri a cominciare da quello di Fo, mi hanno sempre soddisfatto pienamente. Lo apro e ne annuso le pagine. Osservo il colore della carta. Di nuovo tuffo il naso in mezzo. Socchiudo gli occhi e aspiro l’odore. Si ci piacciamo. Si sa, è sempre una questione di odori. Ma per lo scritto…si per lo scritto…Fa per me questo testo? So davvero di essere in quello stato? Non so cosa dire? Ed inoltre ho il possesso della sublime arte del non sapere cosa dire? Devo approfondire. Lo compro. Ma diciamo che pochi giorni fa, il mio Mentore fotografico, mi ha detto, offrendomi orgogliosamente a degli osservatori sconosciuti, che io so sempre cosa dire. Ma lui, si sa o, almeno io lo so, ha lo sguardo soggiogato dall’intimo rispetto. La sua è quasi una forma di stima confusa con l’assuefatta convinzione che l’emulazione di cuò che seleziono accuratamente per gli astanti sia in fondo ciò che esprimo nell’offerta di me. Non sa, per le verità che è solo attraverso quel filtro costante con cui si conduce questa selezione, si fa osservare. Al di fuori di ciò, ho riso dentro, perchè non è vero. Non sapere cosa dire non è un’arte ma una condizione. Già, ma quando non si sa cosa dire che cosa succede? Si sta zitti, verrebbe da rispondere. Si va via, potrebbe essere un’altra risposta. Eppure se lo si fa, potrebbe essere interpretabile come una conclusione. Un rifiuto. Un qualcosa che magari non è oppure non è mai stato. Può essere come l’assenza sia presenza. Di qualcosa. Di un modo di pensare che è solo atratto per chi ci si sta davanti. Nella realtà il pensiero, il sapre cosa dire, la comunicazione esiste. Anche quando è silente. Per una questione di mia recentissima formazione professionale, ho forse imparato come l’interazione prosegua sempre con canali e media differenti. Anche quando il verbo, quello che siamo abituati ad immaginare come naturale appare muto. Non c’è imbarazzo. L’imbarazzo intesa come quella tipica espressione interiore che si prova quando si è in ascensore, in un viaggio adeguatamente lungo con persone sconosciute, ma talmente corto da evitare di poter avere un colloquio, si intente. Eppure nemmeno quando si è in automobile, con una persona di cui si sa tutto, e di cui lei sa tutto di te, in una fase dell’esistenza in cui c’è contrasto, oppure persino guerra, il silenzio regna sovrano nell’abitacolo. Non c’è mai bisogno di accendere la radio. Non si deve mai occupare con un rumore il silenzio. Il silenzio può essere piacevole o meno, ma ha un suo fascino. Il rumore derivante da un vano tentativo di surroga, non ne ha mai. Il silenzio può essere molto comunicativo. Già, ma in quel caso, il non dire, il non saper dire, il non voler dire, provoca imbarazzo? No, si vive semplicemente. Per quanto possa sembrare singolare, persino in quei momenti che possono apparire cupi o grondanti di contrasto, l’animo si fa lieve, nel silenzio. Già, ma questo significa che pur non dicendo, oppure non sapendo cosa dire, il silenzio è la risposta che non deve essere condizione vissuta o vita come avversione, occlusione. – Esattamente. Proprio così. – Mhh, non ci avevo mai pensato a fondo. – Ma guarda che è proprio quando non si sa cosa dire che si possono cogliere le occasioni! – In che senso, scusa? – Nel senso che non sapendo cosa dire, o meglio trovandosi in quello stato di vaghezza, si può trovare il giusto incipit! – Continua – Intendo dire che l’occasione di trovarsi nello stadio del silenzio, del dubbio, dell’afonia, non va vissuto per forza con l’animo di chi si trova in assenza di , ma della presenza di un’opportuntà. Bene.
Tutto rapidissimo, questo concetto mi viene scorso mentre in pochissimi momenti leggo dentro un pezzo del libro. Un dialogo rapidissimo interiore scorre alla stessa velocità dei titoli di coda di un film. Un dolly che scarrella e un montaggio frenetico si combina per offrirmi la visione in privatissima anteprima della pellicola di cui ho solo sbocconcellato ai 25, un sipario da terza pagina del quotidiano della domenica. Un esterreffatto lettore può domandarsi ora…si, ma adesso che non ho capito nulla di quello che hai detto e che non so cosa dire, cosa devo fare? Fai come me, segui il segnale del titolo che è un pezzo di vita ed un capitolo del libro. Esci e, scendi a prendere le sigarette.