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E’ la stampa, bellezza

è la stampa bellezzaGiovedì 12 dicembre 2013, nella sessione del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto è stata sancita la mia iscrizione all’Ordine. E come in Graduate ed anche in questo altro passaggio, questa cosa mi si avvolge addosso. Anche qui tutto è avvenuto per un segnale del destino. Incontri, idee, opportunità, sogni e realtà il tutto bevuto in un bicchiere di mescolato da un abile barman. Lui si chiama Maktub. Mischia le carte del mazzo come un abile prestigiatore e le offre inducendoti a credere che sia tutto nato per una propria volontà. Partecipo per caso, per conturbante viaggio romano ad una selezione. Ci vado così, ma solo perchè sarebbe stata l’occasione per farsi uno splendido viaggio a Roma. Lei cos’ vivace che non puoi farne a meno di innamorartene. Piena di brillante ironia ti consente di riprovare a mangiare al Maraja in Via dei Serpenti. La signora è sempre la stessa, ma stavolta mangio con le forchette. Santa Maria Maggiore e quella Via Merulana del “pasticciaccio brutto”. E poi c’è quell’aria settembrina capitolina che produce meravigliosa indolenza nell’animo che ti lascia dormire al mattino dopo il sogno, con la stessa vitalità di un bradipo felice. Tutto questo accade ormai anni addietro. Il viaggio è iniziato da un po’ e la ricetta è questa. Frequentazione asintotica della redazione. Mi fanno fare quello che fanno fare sempre ai ragazzi. Non mi scompongo perchè, io in fondo che cosa sono? Quindi natiche fredde sui gradoni di calcestruzzo, mani che corrono sul tablet e parole che scrollano elettriche. Come in un film americano i venticinque lettori immaginino di vedere sfogliare un calendario in maniera rapida con il cambio delle stagioni. Freddissimo, freddo, tiepido, caldino, caldo, caldissimo. Nebbia frizzantina che ti bagna il naso, pioggia battente che fa saltare il portatile al collega del Gazzettino di Padova che condivide con me l’avventura di cronista. Dopo il tepore dolce del primo sole, poi, sole battente, colore fumante dell’estate. Provate a pensare che si ripeta, sino a quando arriva il momento in cui puoi studiare per la preparazione ad un esame. Studi e studi, poi di nuovo studi. Frequenti i nuovi compagnetti a Venezia perché ora c’è il corso di giornalismo alla Scuola dell’Ordine D. Buzzati da frequentare obbligatoriamente. E poi ci sono la miriadi di articoli da accumulare. Quelli firmati, quelli siglati, il basket, il calcio e tutto il resto. Gli stessi che la burocrazia ti conteggia e ti distilla, facendoti impazzire per giornate buttate in biblioteca e in inutili viaggi all’Ordine. Nel frattempo non molli e prosegui a scrivere, come sempre hai fatto. Prima durante, dopo e sempre. La cosa buffa è che ci ho messo persino meno tempo di quello che avevo previsto. Anche stavolta sempre con mente indomita per riuscire ad arrivare alla mèta. Ricordo ogni cosa, lo scopo, la determinazione, il fare le cose. Ricordo come nel corso del tempo, devo ringraziare le persone. Chi mi parlava di giornalismo, chi mi ha fatto venire l’idea di diventare comunicatore, chi mi ha insegnato a capire cos’era il fuorigioco usando i panini e i bicchieri sulla tovaglia, chi mi ha aiutato a fare mille fotocopie di articoli. I viaggi, le corse, le notti, le paure e le gioie, tutti racchiusi in tempi silenziosi. Ora è tempo per un nuovo traguardo, sempre. Nuovi esami, nuove cose da fare, nuove idee e progetti. Un Magazine di cultura, politica, storia e geografia. Una certificazione internazionale su quello che amo studiare. Il tutto sempre col sorriso beffardo che ho stampato sulla vetrina mentre come sempre, amo specchiarmi.

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l’arte di non sapere cosa dire

LO ZEN E L'ARTE DI NON SAPERE COSA DIRELibri. I 25 sanno che li amo (i libri). Loro, per me sono come gli amici. Li scelgo per la faccia che hanno, per il nome, per quello che c’è dietro e soprattutto per l’odore. Ficcando il naso dentro alle pagine del l’ibro si assrbe tutta la potenza del messaggio. Si comprende quasi nel medesimo modo, che il collo della persona che stai abbracciando è quella che il fato t’ha offerto di incontrare per accompagnare i suoi giorni. Anche la faccia della persona libro o libro persona ti fa subito capire come nella copertina si racchiudano i segni del suo passaggio. Intelligenti operazioni di marketing editoriali sfumano per rapprendere nell’osservazione dei colori solo maieutica segnalazione. Impartire alla propria anima l’incantesimo che si consuma toccando le pieghe del volto con lo sguardo, nel medesimo modo in cui pieghi la testa per vedere al di là della copertina. Anche osservando il di dentro e il cosa c’è dietro del testo, ti fai rapire, mentre un altro po’ di persone stanno passeggiando nei corridoi della libreria che sembrano muti, lì dietro. Il freseggio non si ripete e ancora una volta è quasi l’acme che si raccoglie cercando un libro. Lì, lassù, ecco, sopra l’altro ripiano, un po’ più a destra, vicino a quello con la copertina arancione. Ecco è proprio quello che voglio. Per un bel po’ lo osservi, da solo. Lo sbocconcelli, lo nutri col desiderio di non concluderlo, perchè lo vuoi lasciare anche ad altri giorni. Non finirlo. Non usare tutto il suo odore, lascia che si mischi con gli altri. Fai che si diverta a cambiare posto nelle librerie che hai, conoscendo vecchie signore di storia, giovani saggi di geografia, acidi noir con incipienti calvizie. Fallo cullare nell’idea bellissima che verrà ospitato in altre case. Non dirgli nemmeno che rimarrà sempre con te, perché in fondo la diversione che accompagna la vita degli umani è anch’essa uguale a quella dei libri. Non sai se un domani verrà perduto, verrà regalato, verrà prestato. Può essere che ad una noiosa riunione tu possa portartelo appresso per il conforto morale che può darti l’olfatto, quando immergi il naso tra le pagine, si intervalla alla stessa sensazione che provi quando annusi il sigaro domenicano al rum. Compagni fraterni entrambi, gli odori. Ardori e odori si accompagnano, lo sai anche tu. Anche quando delle altre mani toccano il libro che mai appare orfano e, altri occhi rapiti scorrono sui testi, lo sguardo intreccia intimamente gioia. Non è mai un fatto scontato sapere cosa fare e dire di fronte alle cosi, ai fatti e alla percezione di propria verità. Per questo il linguaggio dei libri, delle facce, delle copertine, dell’odore della carta, quella del corpo, ci lascia liberi, senza imbarazzo nel non saper cosa dire.

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il tatuatore

IMG_1500E’ bello ascoltare Norah Jones in viaggio sulla Jeep, mentre le prime luci della sera appicciano un fiume di vita. Case con le finestre dei paesi corrono ai bordi dell’autostrada. E attraversando l’Italia, ridi di gioia interiore, succhiando con calma un pezzo di cioccolato. Tutt’attorno le luci friccicano il tuo animo, come fanno le stelle sorelle, nel cielo del crepuscolo. Stavolta però, Perugia è svagata ed allegra tutto il tempo, dall’inizio alla fine. Gioisco a pensare a come questo viaggio di ritorno sia bellissimo. Mi diverto a gustare con l’occhio del cuore la panchina dove qualcuno ha scritto “nessuno mi pettina bene come il vento”. Ed ora in questo ricamo fatto di lento spalmare di sensazioni vissute, godo. I luoghi che scorrono sono profumati di raccoglimento, piazze e salite medievali, confezionate apposta per il calpestio dolce dei viandanti. Occhi che odorano sguardi pregni di curiosità e, scatto con Ribelle mille immagini. Piccoli frammenti rotolano da quelle salite nel mio dentro provenendo da un altro viaggio compiuto diverso tempo prima. Scorcio di Perugia e dintorni. Stavolta eurochocolate 2013 è il sogno che facevo. La Toscana, il Lazio e l’Umbria con la Jeep sono anime schizzate da buon cibo, calma e gioia tambureggiante. Siena, Arezzo e poi tutto attorno al lago Trasimeno con quei posti magici che consonandosi, rincuorano. Si sà, il tatuatore segnala sempre il proprio passaggio col sapore ed il sapere dei colori. Si conficcano nella pelle. Seppur si distingua come abbia preso sole, lo scrosciare dell’acqua, i baci ed i graffi dell’esistenza è possibile che anche dopo scrupolosa e lunga azione di naturale sbiaditura, lì di sotto, il disegno si faccia notare. E’ ancora variopinto e, per l’occhio attento dell’agopuntore che cerca il sottile passaggio terapeuta diventa mappa. E’ bellissima la sensazione del viaggio amplificata ora dal sapore riascoltato del Toblerone. E’ il viaggio che volevo. E’ quello che sognavo. In una parola sola è il viaggio. In questo istinto istante scritto, non è solo un frammento di cacao grezzo. Assurge a intimissima carezza per l’anima, coccola che sciabordante e felice dentro al palato, danza sulla lingua. E in questi luoghi, così diversi ormai, il tempo è lungamente scivolato verso il crepuscolo conquistandosi la penombra. Quello che tinge questo mio scrivere di luoghi del tempo non è altro che la conferma. Una delle ragioni per cui difficilmente ritorno in un luogo è il fatto che non amo la saudade. E’ una sensazione magica, ma melanconica che si respira dentro quando si tende a ripensare a quei passi già fatti. Io amo quelli unici, fatti sulla neve vergine. Il sapore agrodolce non mi coglie nel rivedere luoghi e piazze già fotografate. La saudade lo so, è come il Fado, acustico e riflesso.  Lo sa fare quando si inerpica come l’edera sopra ad una vecchia abitazione patrizia, nel tentativo di conquistarne il fascino, transformandone all’apparenza, la fisionomia. Va da sè che è fluido, dolente, quando si insinua tra le screpolature della pelle. Anche per questa ragione vincente il piacere, declina l’invito, pervadendomi.

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Una faccia

tasso verdeFaccia, spazio di carne che si prospetta davanti, con aperture. Suoni che vibrano, odori che traspirano, luci che lampeggiano. Il tocco di questo laboratorio umano di comunicazione si fa lieve, ma persistente. Il mio compagno di corso è sui 40 anni e la docente gli ha impartito il compito di urlarmi in faccia. Lui lo fa e cerca di capire, perché questo è il suo scopo finale che sensazione evoca il mio volto. Che comunicazione esprimo. Flashback al contrario che porta ad ora. La sua faccia è rossa anche se mi piace immagazzinarla verde. Non priva di un certo pudore malcelato. Il suo viso è vicino al mio e non è abitudine tra due soggetti dello stesso genere. Il fatto è che io più’ che sulla sua faccia sono concentrato sulla mente. Non la sua, la mia. Pur non vedendomi immagino di non avere alcuna reazione esteriore, nonostante l’esercizio sia abbastanza lungo. Pur avendo visto l’altrui ilarità negli altri esperimenti, mi sento perfettamente a mio agio e non traspiro ilarità fastidio, ma non sono nemmeno concentrato nel farlo. Come al solito in questi casi penso ad altro. Sono sempre in un altro posto quando servo. Inutile che mi rimproveri, io sono inguaribilmente svagato. La docente ripete nel frattempo che è impossibile non comunicare. Si comunica sempre. Qualsiasi assenza di reazione è in realtà una forma di comunicazione. Lo vediamo anche quando ci invita ad indossare una maschera teatrale bianca coi soli fori per le pupille in un altro laboratorio. Io evidentemente sto comunicando svagatezza con il tono della mia pelle. Questo vale anche ora. Culmina nella buffa osservazione di come si impara a comunicare con tutti, prima o poi. Animali, uomini e poi, alla fine del corridoio salendo le scale, anche con le donne. Con loro ho ancora un sacco di cose da capire, nonostante mi sia appiccicato sul petto una sonagliante corazza di medaglie immeritate. Fase interessante di studio questa qui, perché il percorso formativo sulla comunicazione intrapreso con l’ordine degli Architetti si è concluso. Come sempre alla fine di ogni corso mi metto a pensare e ripasso tutto il film. Riscopro ogni momento che non è stato adeguatamente dedicato perché solo vissuto. E’ un po’ come la vita. So di non sapere. Ho la certezza di avere incontrato e conosciuto persone che mi hanno detto cose, me ne hanno insegnato altre o almeno il loro intento era forse quello. So di non avere avuto il modo di imparare appieno, forse perché raccolto nell’osservazione della faccia. Probabilmente più concentrato su quella mia. Però c’è sempre il momento in cui dalla faccia si passa ad osservare il didentro. Trasmigrazione, inversione, trasversale, transfert si mescolano con apparenza, realtà ed in questa confluenza, comunione e diversione tutto mi accade meticcio. Dentro alle persone, ai fatti, alle esperienze, alla memoria delle cose c’è sempre un grande segnale che riempie gli spazi lasciati vuoti a causa dal tempo mancato, dall’assenza di profondità necessaria. Incomprensione voluta o casuale, comunicazione non paraverbale e verbale discontinua…la docente prosegue con la lezione sui conflitti ed io riaccendo la spina…Il focus è basato sua una piccola seduta pubblica. Il cerchio di sedie è attorno a lei e ad un certo punto chiede che qualcuno inizi. Una persona che dia l’avvio alla “confessione” pubblica su come gestisce i conflitti. Da una parte mi raccomando di rimanere sempre così svagato perché solo così mi permetto di vivere l’attimo sempre quel giusto po’ distante. Niente da fare. Non capisco perchè è proprio da me che lei vuole iniziare.
- Vuoi iniziare tu a dirci come vivi i conflitti?
E’ come se mi avessero chiamato ad una festa. Sempre pieno di me, pur essendo sincero, riesco nell’intento di fare ridere tutti. Autoironia profusa e sintesi da ermetismo ungarettiano, sparato in 120 secondi con la velocità e rumore di Marinetti. Cavolo hai ragione! Hai proprio ragione! Dice che non me gli frega di quello che gli altri pensano, ma in realtà non perde mai occasione di prendere il palco, persino in questo occasioni. Ride dentro. Tutto secondo i piani, giusto il tempo di sgusciare fuori lasciando la sedia tiepida, quasi fredda ad un altro. Eppure nella navigazione dell’animo umano, nel viaggio capisco che l’altro che ascolta la mia comunicazione si sperde mai ebbro di questa divagazione. Scosta la propria curiosità in un lembo che si sfilaccia al vento e semmai se ne ricorderà qualche volta, scaccia il pensiero aspirando a qualcosa di più interessante. Ma anche no.

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sbilenca visione in frammenti anticipati di ritardo

foto (3)Ti capiterà pure una volta nella vita di essere in anticipo da qualche parte per qualcosa prima o poi, no? Ti succederà pure ‘na volta che durante la situazione che non hai nulla da fare e nemmeno un pensiero piccolo piccolo ingombra la tua testa. Cavolo, non c’è neppure una bustina da the sfracellata e manco la confezione aperta di zucchero di canna dove scrivere un frammento di una poesia. Insomma ti trovi proprio nel mezzo di una di quelle rarissime rarefatte apparizioni dove veramente ti manca la fretta di apparire, arrivare e scomparire. Bhe, è proprio avvenuto in questo cantuccio rannicchiato in quel frammento di paese dove ti capita di venire di domenica per la partita di pallone di cui scrivere è impresentabilmente accaduto. Ormai dentro ad una radura di tempo, isola rarefatta attorno ad un bosco di fatti, mi racchiudo dentro ad un’ampolla fatta di anticipo. Accidenti, l’anticipo non lo so vivere. Sono abituato al ritardo. A volte anche di anni. Gli sopravvivo, lo respiro ed in un certo senso quando affronto con una certa malcelata tristezza la puntualità, ne soffro. Segnale evidente di come l’assenza di fretta, l’essenza della tolleranza, l’armonia lignea dell’indulgenza si possono accompagnare dentro di me, come signorine avvizzite che vanno alla messa della domenica mattina. Loro lo fanno con quel passo tondo, tailleur dai toni pastello e taglio anni settata. Dentro al negozietto gusto morbida crema al pistacchio mentre i minuti passano trasversalmente. Si scontrano con i minuti remoti passati qui due o tre esistenze orsono. Ma guarda te dove vanno a costruire lo stadio questi qui! Proprio a ridosso della gelateria. Mica te lo avevano detto quelli della redazione, stavolta. Il fatto è che ormai sono stato in così tanti posti in queste vite attraversate che mi si riempiono gli occhi di sguardi, la lingua di gusti, le orecchie di suoni e il cuore di desideri. Oh cavolo! Sono in ritardo, la partita sta incominciando, lo spettacolo deve proseguire e io devo esserci dentro!

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